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La tecnologia stressa? Ecco i lavori più a rischio

Gli effetti negativi della dipendenza da pc, smartphone e tablet

La tecnologia stressa o aiuta? Mal di testa, pressione alta, memoria che perde i colpi. Ma anche attacchi di panico, ansia, insonnia e problemi allo stomaco. Sono solo alcune delle conseguenze psicofisiche che assillano l’esercito italiano dei lavoratori tecnostressati.

Quasi 2 milioni di persone, suddivise in 9 categorie professionali tra cui networker (in genere consulenti, che usano almeno tre dispositivi mobili connessi per lavoro), lavoratori del comparto delle telecomunicazioni, operatori di call center, commercialisti, giornalisti, pubblicitari e analisti finanziari.

Ad analizzare i profili degli operatori che più spesso fanno i conti con il tecnostress è l’ultimo studio firmato da Enzo Di Frenna, presidente di Netdipendenza Onlus, che fa il punto sul fenomeno nel nuovo libro “Prevenzione tecnostress in azienda e sicurezza sul lavoro”.

 

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I call center
Nei call center lavorano gli operatori di “contact center in outsourcing”: sono 80 mila in Italia e sono tra le categorie più esposte. Lo spiega il direttore generale di Assocontact, Alberto Zunino: “Attualmente stiamo portando avanti con Inail e altri interlocutori un progetto sul tema del rumore, che notoriamente è tra le problematiche che causano il tecnostress”.

 

Chi lavora nelle telecomunicazioni
Altra categoria vulnerabile è quella delle imprese di information technology. “Il tecnostress”, spiega nel volume Paolo Angelucci, presidente di Assinform, che rappresenta 1500 aziende del settore, “si previene intervenendo sul carico di lavoro”. Altre soluzioni? Un’adeguata formazione per la prevenzione del rischio.

 

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I commercialisti
Quest’anno, rispetto alla precedente ricerca di Netdipendenza, entrano nella lista nera i commercialisti, stressati dall’uso eccessivo delle nuove tecnologie: dai software contabili che si aggiornano di continuo, alle scadenze fiscali impellenti che spesso si gestiscono con tablet e smartphone.

Lo conferma Mario Civetta, presidente dell’Ordine dei commercialisti di Roma (10 mila iscritti): “I commercialisti sono tra le categorie maggiormente esposte ai rischio da tecnostress. L’aumento progressivo della pressione fiscale si è accompagnato, nell’arco di un decennio, a una iper-produzione di norme – su diversi livelli – ma soprattutto in materia fiscale.

Il commercialista è chiamato a districarsi in questo labirinto normativo, assumendo decisioni delicate per conto del cliente-contribuente. Scelte che impegnano risorse economiche, in tempi rapidissimi e con scarse possibilità di rimediare ad errori. Negli ultimi anni l’intero campo di azione dei commercialisti è andato sempre più ad intersecarsi con sofisticati strumenti informatici. Lontani dall’epoca in cui le dichiarazioni dei redditi venivano compilate a mano, il lavoro è sempre più dipendente da software complessi, e in questo ambito l’interazione tra il fattore umano, sempre più decisivo, e i sistemi informatici è decisamente fonte di tecnostress”.

 

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Antonio Napolitano
Redazione Staibene

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