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La noia? Contrordine, ecco perchè fa bene al corpo e alla mente

noia

Se cercate il significato della parola noia sulla Treccani troverete le seguenti parole: “Senso di insoddisfazione, di fastidio, di tristezza, che proviene o dalla mancanza o dal disgusto nato dal ripetersi di cose uguali o uniformi … ..”,ovvero una descrizione  in chiave totalmente negativa. Ma è davvero così che va inteso  questo antichissimo stato mentale e personale che noi, uomini e donne, viviamo fin dagli albori dell’umanità?

La psicologia moderna è tornata a chiederselo, come accaduto più volte nei secoli passati ricorrentemente, dando a seconda delle epoche, connotati variabili, dall’estremo negativo (l’ozio è il padre dei vizi), all’estremo positivo (la creatività e l’intelligenza hanno bisogno dell’ozio).

Oggi il pendolo della noia sembra sia arrivato alla massima oscillazione del negativo e forse potrebbe iniziare ad oscillare al contrario, volgendo al positivo. Ne è prova l’interessante escursus di Carlo Bordoni nel dibattito delle idee pubblicato sulla “Lettura” del Corriere della Sera del 2 ottobre 2017.

 

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La noia nella storia

A saperla lunga da questo punto di vista erano gli antichi romani che, non a caso, parlavano di Otium, come assenza di attività fisica ma intensa attività intellettiva e creativa. Il loro era “otium creativo”. Non era affatto il far nulla ma il prendersi cura di sé, delle proprie attività private, della conoscenza, del benessere. Il negotium era invece il lato estroverso di sé, la gestione degli affari pubblici, lo scambio con gli altri. L’otium aveva perfino il suo luogo geografico di elezione: la cittadina di Baia, a nord del Golfo di Napoli, a ridosso di quel Capo Miseno che dava riparo alla flotta imperiale. Era lì che l’imperatore Claudio aveva costruito la sua fastosa villa a terrazze declinante verso il mare, al punto di collocare nell’ultimo terrazzamento, il ninfeo, a pelo d’acqua marina. Ed era lì che Cicerone preparava le sue perorazioni e Catullo ispirava i suoi versi d’amore. Ma era anche lì che tutto era permesso, anche ciò che per gli austeri costumi augustei, la morale pubblica vietava a Roma.

Poi arriva il cristianesimo che invece considera l’ozio, declinato come accidia, addirittura come uno dei sette vizi capitali. Tanto che nel Medio Evo, Dante colloca gli accidiosi nel VII girone dell’Inferno in quando peccatori per una vita terrena vissuta nella debolezza morale. Per la religione è addirittura un peccato mortale perchè rompe i legami sociali, causa l’inazione, la perdita della speranza e della fede. Il Rinascimento inizia ad addolcire il giudizio morale sull’accidia chiamandola melancholia e nell’Ottocento cominciano ad apparire i primi segni di positività, di ritorno all’antico significato di otium latino, il contrario di ne-gotium, ovvero produttività.

 

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