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Isolati e iperconnessi: arriva in Italia l’Hikikomori, la malattia degli adolescenti tecnologici

Una nuova malattia, subdola, implacabile, sottile e devastante ha già contagiato 120 mila adolescenti o giovani italiani sempre più isolati ed iperconnessi: si chiama Hikikomori, viene dal Giappone, somiglia ad una depressione del terzo millennio e si manifesta con il progressivo ritiro sociale dei ragazzi che rifiutano qualsiasi contatto esterno con il mondo reale.

A denunciarla è un libro pubblicato recentemente da Matteo Lancini, psicoterapeuta, dal Titolo “ Il ritiro sociale degli adolescenti” e descrive la solitudine di una generazione iperconnessa.

Diffusa molto in Giappone, paese tecnologico dove la competizione fin dalla scuola è giudicata come metro di valutazione della qualità umana, questa specie di depressione che si manifesta con il rifiuto del mondo esterno se non attraverso il filtro solitario di un tablet o di un PC, sta dilagando in molte fasce della popolazione giovanile italiana.

E, come spesso accade per i fenomeni nuovi, costituisce un allarme sociale al quale occorre preparare i genitori, soprattutto quando i primi segnali della malattia psichica cominciano a manifestarsi. Perchè – e questa è la buona notizia – l’Hikikomori si cura e da essa si guarisce, se la sensibilità dei genitori ha l’accortezza di di non sottovalutare i sintomi.

 

Chi colpisce e come si manifesta

Dall’esperienza di Lancini non sembrano emergere caratteristiche di disagio sociale o familiare alla base della patologia. Il ritiro sociale colpisce cioè giovani di famiglie normali, famiglie presenti; i ragazzi non sono dei disadattati; sono individui intelligenti che non hanno mai sofferto in precedenza per difficoltà relazionali con coetanei o superiori.

In Italia la sindrome non colpisce solo i maschi, come avviene in Giappone, ma riguarda anche un discreto numero di femmine nella proporzione di 70 a 30.

I sintomi sono ormai abbastanza codificati. I ragazzi che ne soffrono hanno tra i 14 e i 25 anni, se studiano si allontanano progressivamente dallo studio; se lavorano fanno altrettanto. Trascorrono gran parte della giornata chiusi nella loro stanza, parlano con genitori ed amici a monosillabi, dormono di giorno e vivono di notte proprio per evitare qualsiasi contatto esterno. Si rifiutano di uscire, trascurano anche la loro immagine personale ed a volte anche l’ igiene. Ed eleggono il PC o il tablet come unico veicolo di contatto con il mondo.

Rifiutano perfino il telefono e lo smartphone , nonostante siano strumenti tecnologici, perchè costringerebbero a rispondere e parlare con altri.

 

Le cause

Dal punto di vista medico l’Hikikomori soffre di una classificazione nebulosa. Nel manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM), la “Bibbia” della psichiatria, è ancora iscritto come sindrome culturale giapponese.

Ma secondo Marco Crepaldi, fondatore di Hikikomori Italia,  associazione nazionale di informazione e supporto sul tema , questa definizione è un’imprecisione che tende a sottostimare il fenomeno che a suo avviso è “un male che affligge tutte le economie sviluppate . Le aspettative di realizzazione sociale sono una spada di Damocle per tutte le nuove generazioni degli anni Duemila: c’è chi riesce a sopportare la pressione della competizione scolastica e lavorativa e chi, invece, molla tutto e decide di auto-escludersi”.

Crepaldi non è né un medico né uno psicoterapeuta ma dalle  storie raccontate dai suoi iscritti ha tratto la convinzione che “molto spesso il male viene confuso con sindromi depressive e nei peggiori casi al ragazzo viene affibbiata l’etichetta della dipendenza da internet” ; una diagnosi che – spiega – normalmente porta all’allontanamento forzato da qualsiasi dispositivo elettronico, eliminando, di fatto, l’unica fonte di comunicazione con il mondo esterno per il malato:- a suo avviso –  ” una condanna per un ragazzo hikikomori”.

La terapia
“Due sberle”, come qualcuno superficialmente propone, non bastano nè servono. Spiega Lancini che occorre invece un percorso terapeutico con uno psicologo e soprattutto che non escluda i genitori ma li coinvolga nella terapia.

Curare l’Hikikomori infatti si può. Basta accorgersi per tempo che sta arrivando.

Bruno Costi

Direttore Responsabile Staibene.it

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