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Gravidanza, ecco l’analisi che dimezza le morti in sala parto

Le gravidanze in Italia sono sicure ma una morte su 2 in sala parto si potrebbe evitare con una speciale analisi del sangue che però per la Sanità italiana non è obbligatoria. Ecco perchè.

Gravidanza, ecco l'analisi che dimezza le morti in sala parto

Ogni anno muoiono in sala parto in Italia 50 mamme  e spesso muoiono anche i bambini. Ma sono pochi o molti 50 morti in sala parto? Ed è possibile evitare che il momento più bello di quelle 50 mamme si trasformi nel momento più drammatico ed a volte fatale? Esistono  esami diagnostici preventivi che possono scongiurare questo rischio?

Domande di questo tipo  riemergono ogni volta che una mamma muore in clinica o in ospedale insieme al suo bambino nella disperazione dei mariti, compagni familiari. Ma il problema permane anche quando le luci dei riflettori  mediatici restano spente ed accompagna  le 500 mila gravidanze italiane che ogni anno trascorrono tra ansie e trepidazioni.

In questo articolo  vi diamo tutte le risposte ufficiali che servono a capire, prevenire, confrontare e decidere il modo migliore di partorire, con un’avvertenza:  nella media nazionale i parti in Italia sono altamente sicuri, il rischio di  morte statisticamente è 10 ogni 100 mila parti. Se dunque ci occupiamo del problema non è a causa dell’alto rischio o di un rischio che seppur ridotto va aumentando. Ce ne occupiamo solo in quanto, anche se ridotte, quelle morti possono essere ridotte della metà e, quando si parla di vite umane, i piccoli numeri contano quanto i grandi numeri.

Quante mamme muoiono in sala parto

L’Organizzazione mondiale della Sanità stima 4 morti ogni 100 mila parti in Italia,  collocando la sanità italiana ai primi posti nel mondo in termini di sicurezza nelle nascite. Ma benché all’estero la considerazione sia alta, da noi le nostre istituzioni sanitarie sono insoddisfatte delle cifre ufficiali dell’OMS in quanto le stime dell’Istituto Superiore di Sanità (ISS), dichiarano una quota doppia di 10 decessi ogni 100 mila parti , dato ugualmente molto positivo nel confronto internazionale. I dati  dell’ISS provengono da un sistema   di sorveglianza messo in piedi nelle 6 regioni che assommano da sole il 50% dei parti in Italia (Piemonte, Emilia, Toscana, Lazio, Campania, Sicilia) e descrivono anche una variabilità che rispecchia  la qualità della sanità regionale: 5 decessi su 50 in Toscana, 13 in Campania.

Una cosa è comunque certa. Alla luce di tali cifre si può dire che il rischio di morire di parto  in Italia è raro, ma può ridursi.

 

Perché si muore  in sala parto

Nonostante la rarità del rischio,  quando accade che una mamma muore di parto è bene sapere per quali ragioni.  I dati dell’Istituto superiore di sanità ci dicono che nel 52% dei casi, cioè  1 decesso su 2, è dovuto ad emorragie, il 19% per disturbi ipertensivi, il 10% per tromboembolismo e per il resto da cause varie, imprevedibili o fatalità.

Valeria Dubini ginecologa rappresentante della società italiana di ginecologia ( Sigo), per esempio dice che nell’ultima rilevazione, su 50 decessi 4 erano dovuti all’influenza.

Secondo   Rosalba Paesano docente del dipartimento di Scienze Ginecologiche e ostetriche dell’Università “La Sapienza” di Roma, nonché commendatore della Repubblica per meriti scientifici nello studio delle patologie materno-fetali, il 90% dei decessi in sala parto dipendono da patologie cardiovascolari e tromboemboliche, ben più del 69% indicato dalle cifre ufficiali. Ma il dato sorprendente è che secondo Paesano la metà di queste morti si potrebbero evitare.

 

Come ridurre alla metà le morti in sala parto

La dott.ssa Paesano è prodiga di dettagli: “ Una donna di 30 anni in gravidanza – ha dichiarato in una intervista a Repubblica il 4 dicembre 2016 – ha il 10% di probabilità in più di incorrere nei rischi della trombosi rispetto ad una coetanea non in gravidanza. Tale rischio può anche aumentare del 100% cioè raddoppiare se la donna in gravidanza ha  in famiglia casi di  patologie cardiovascolari, diabete, obesità e ipertensione.

Il fatto è,   secondo la Paesano,  che la stragrande maggioranza delle  donne incinte arriva al parto  avendo fatto mille esami   anche invasivi  e rischiosi, come per esempio la amniocentesi, ma senza aver fatto l’esame che potrebbe salvar loro la vita,  quello per la trombofilia ereditaria e problemi affini.

“ Basta un prelievo di sangue – dice la Paesano –  su cui vengono fatte le analisi di biologia molecolare, analisi immunitarie e chimico-cliniche ed in pochi giorni si può scoprire se una donna durante la gravidanza rischia di morire per patologie cardiovascolari”.

 

Cos’è la trombofilia ereditaria

La trombofilia ereditaria  è  una malattia  che modifica il processo di coagulazione del sangue  aumentando il rischio di coagularsi in modo anomalo nelle vene o nelle arterie formando trombi che possono provocare problemi come la trombosi venosa profonda o l’embolia polmonare.

Quando ci procuriamo una qualsiasi ferita l’organismo attiva il processo di emostasi che aiuta a fermare l’emorragia. È una reazione a catena che coinvolge diverse sostanze chimiche nel sangue , chiamate fattori della coagulazione e solidifica il sangue in un grumo, il quale aderisce alla parte lesa del vaso sanguigno. Le piccole particelle del sangue, le piastrine, contribuiscono a formare il coagulo.

Quando il normale equilibrio del sistema di coagulazione è sconvolto per eccesso o per difetto di coagulazione, la causa è la trombofilia che può causare coaguli di sangue indesiderati, cosa che accade però generalmente se in famiglia ci sono stati casi di trombosi o trombofilia.

Come fare il test  per la trombofilia

Le linee guida del  Ministero della Salute attualmente in vigore non prevedono come obbligatoria  l’analisi del sangue diretta a prevedere il rischio di trombofilia  in gravidanza,  tranne casi particolari come donne con già 3 aborti pregressi, benchè  almeno 2 decessi su 3 dipendano da  patologie tromboemboliche e cardiovascolari.

La ragione, secondo Paesano è che l’analisi è costosa, circa 1000 euro  con un ticket molto alto  ( 350 euro).

 

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Bruno Costi

Direttore Responsabile Staibene.it

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