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Tubercolosi, la malattia che torna con gli immigrati

La tubercolosi torna a crescere in Italia insieme all’arrivo degli immigrati: come si trasmette, i test per diagnosticarla e le cure per combattere una delle malattie infettive più diffuse al mondo.

tubercolosi

La tubercolosi (TBC), malattia infettiva mortale che in Italia poteva considerarsi sconfitta definitivamente, sta tornando a causa delle ondate di immigrati che arrivano costantemente da oltre dieci anni.

L’allarme lo lanciano i medici i della Società Italiana di pneumologia (SIP) che riuniti a congresso hanno alzato il velo sulla verità delle cifre, dando la giusta dimensione ad un fenomeno che si presta a strumentalizzazioni politiche, pro o contro l’immigrazione.

Al congresso della SIP sono state riportate le cifre ufficiali raccolte dal Ministero della Salute, secondo le quali nel decennio 2004-2014 i malati di tubercolosi sono aumentati di 5000 unità l’anno e di questi il 50% erano pazienti stranieri arrivati in Italia con le costanti immigrazioni, clandestine o meno.

I casi di tubercolosi sono stati riscontrati nelle popolazioni immigrate che provengono dall’Africa subsahariana dove l’infezione è presente in modo endemico e la malattia esplode in Italia mediamente dopo due anni dall’arrivo in Italia.

Ma la tubercolosi è stata riscontrata anche in pazienti immigrati dalle repubbliche dell’ex Unione Sovietica e dai paesi del Medio Oriente dove , anche se non endemica, l’infezione è particolamente pericolosa perchè diffusa con ceppi resistenti alle terapie e dunque molto difficili da combattere , ed è correlata ad una mortalità del 50%.

Il Presidente dgli pneomologi italiani, prof. Francesco Blasi, getta acqua sul fuoco e evita allarmismi precisando che in Italia il tasso di indicedenza della TBC è stabile nel tempo pari a 7 casi per 100 mila abitanti, dove la crescita dei malati stranieri è compensata dal calo dei malati italiani. Tuttavia, secondo il presidente della SIP si pone un problema di sanità pubblica che in prospettiva potrebbe ingigantirsi senza adeguate tutele e prevenzioni.

 

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Cos’è la tubercolosi

La tubercolosi è una malattia infettiva causata da batteri a crescita lenta: i bacilli tubercolari. La forma più frequente è la tubercolosi polmonare. Una persona ammalata di tubercolosi può contagiare la propria famiglia e altre persone. I bambini e i soggetti con difese immunitarie indebolite sono più esposti al pericolo di contagio. Se trattata correttamente, la malattia è guaribile. Il germe che provoca la tubercolosi è il Mycobacterium Tuberculosis, o Bacillo di Kock (B.K.), dal nome di Robert Kock, il medico tedesco che lo scoprì nel 1882.
Nella maggior parte dei casi interessa i polmoni anche se qualsiasi organo del corpo può esserne colpito.

 

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Come si trasmette

Il contagio avviene da uomo a uomo tramite le vie respiratorie. Tossendo, la persona ammalata emette nell’aria circostante delle minuscole goccioline che contengono bacilli tubercolari. Queste possono essere respirate da un’altra persona. Il pericolo di contagio sussiste in caso di contatto con una persona ammalata di tubercolosi polmonare. Questo pericolo è tanto maggiore, quanto più lungo e ravvicinato è il contatto.
Sono considerati contagiosi gli ammalati che emettono con la tosse una quantità di bacilli tubercolari tali da essere visibili al microscopio negli esami di laboratorio.In pratica, ciò significa che solo le persone colpite da tubercolosi delle vie respiratorie (polmoni, bronchi, laringe) possono trasmettere la malattia, sempre che i loro espettorati contengano bacilli tubercolari in quantità sufficiente e che gli espettorati raggiungano l’ariaambiente sotto forma di aerosol. Parlare e cantare può contribuire alla dispersione di micobatteri nell’ambiente, soprattutto in caso di tubercolosi alla laringe.
Tra le persone immunodepresse , è possibile che l’infezione possa aver luogo dopo un contatto anche di breve durata con un malato.La trasmissione del bacillo non é facilissima; occorrono condizioni essenziali: l’ammalato deve essere affetto da TBC polmonare bacillifera detta anche “aperta” cioè la parte malata deve essere comunicante con l’albero bronchiale e, quindi, con l’esterno; deve esserci una carica batterica molto elevata; il paziente non deve essere in terapia e vi deve essere un ricambio d’aria ambientale scarso o assente. Se queste goccioline riescono a pervenire nelle vie respiratorie di una persona sana, i batteri che vi sono contenuti possono svilupparsi lentamente e provocare una malattia presso il nuovo ospite. La maggior parte delle persone contagiate (circa il 90%) riesce a tenere sotto controllo l’infezione senza ammalarsi.

 

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I soggetti più esposti alla malattia

Il 10 % circa delle persone che hanno respirato dei batteri svilupperà un giorno la tubercolosi, spesso molti anni dopo l’infezione. Le altre non si ammaleranno, ma manterranno il ricordo del contagio che si può dimostrare con un test cutaneo molto semplice: il test tubercolinico (o Mantoux).

I bambini piccoli (sotto i 5 anni) e le persone con malattie immunodepressive (per esempio infezione HIV, trattamento di lunga durata al cortisone, chemioterapia anticancerogena, diabete, abuso d’alcool..) si ammalano con maggiore frequenza e in modo più grave.

 

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Redazione Staibene

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