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Ma perché il sale ci piace così tanto?

Il sapore salato è uno dei 5 gusti primari che la lingua umana può individuare. E in più…

Per una corretta alimentazione, il sale è utile, utilissimo, praticamente indispensabile. Pochi saprebbero farne a meno, ma pochissimi quelli che ne consumano quanto dovrebbero: un pizzico o giù di lì. Il sale è l’amico più presente sulla tavola degli italiani, ma anche il più infido: perché tendiamo ad aggiungerlo alle pietanze anche quando nelle pietanze c’è già. Si trova infatti quasi in tutti gli alimenti: nelle verdure, nella carne, nel pesce, ma anche nell’acqua, nella frutta, perfino nel miele. Non solo: viene aggiunto nella preparazione del pane, nella pasta, nei dolci, nei formaggi e negli insaccati.
Dov´è il problema? I cibi risultano più saporiti, le pietanze più buone. Ma il nostro fisico rischia. Il consumo giornaliero medio degli italiani oscilla tra i 9 e i 15 g, quando invece non dovrebbe essere superiore ai 5 g (tranne che in gravidanza e allattamento). E così rischiamo ictus e infarto, perché il sale fa salire la pressione (ipertensione). Senza contare gli effetti negativi sulla bilancia…

Ma perché il sale ci sembra così buono?
Se i nostri cibi non contenessero sale, ci risulterebbero quasi insopportabili al gusto. Il motivo? Semplice: il sapore salato è uno dei 5 gusti primari che la lingua umana può individuare (insieme con l’amaro, il dolce, l’acido e un gusto chiamato Umami, base del glutammato monosodico diffusissimo nei cibi).
Non solo: aggiungere il sale ai cibi li rende più buoni al gusto perché aiuta alcune molecole di questi alimenti a rilasciarsi nell’aria più facilmente, esaltandone quindi l’aroma, indispensabile per la nostra percezione dei gusti. E infine: il sale compensa l’acidità dei cibi, l’attenua (avete mai provato a metterne qualche granello su uno spicchi di pompelmo?).

Il sale si nasconde in tanti cibi…
L’80% del sale che il nostro organismo assume ogni giorno non proviene dalla saliera. Già perché il condimento principe della tavola si nasconde nei veicoli più impensati: dai cibi in scatola ai dadi da cucina, dagli insaccati ai piatti pronti surgelati o in busta, dalle conserve alle salse come maionese o ketchup, ai sottaceti. Ecco perché saper leggere con attenzione le etichette sulle confezioni ci può aiutare a limitare gli alimenti che contengono sale in grande quantità.
Primo trucco: non sempre la presenza di sodio è indicata esplicitamente, ma spesso è nascosta dietro diciture come cloruro di sodio, bicarbonato di sodio, fosfato monosodico, glutammato monosodico, nitrato e nitrito di sodio.
Certo non è facile sapere quanto sale viene aggiunto negli alimenti confezionati. Ma un modo per farsi un’idea c’è: se compare come secondo ingrediente (accade in quasi tutti i salumi, nei formaggi e nei cibi in scatola) significa che è presente in abbondanza. Se invece è indicato per ultimo (come nei dolci), ne è stato aggiunto in quantità modeste.
Bere un bicchier d’acqua può essere il gesto più naturale che ci sia ma se beviamo quella minerale dobbiamo sapere che contiene tracce di sodio. Meglio scegliere quella a basso contenuto che si aggira tra 1,6 e 2 mg per litro. Anche il pesce fresco, rispetto a quello surgelato, contiene un maggior quantitativo di sale perché viene mischiato al ghiaccio per prolungarne la conservazione. Tra la verdura surgelata e quella in scatola, infine, scegliete la prima perché priva di sale aggiunto.

Redazione Staibene

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