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La competizione fa bene o fa male? Ecco da che dipende

La competizione fa bene o fa male all’individuo? E fa bene o fa male alla società? E fa bene o fa male all’amicizia, all’amore, al lavoro, alla cultura? Ecco le risposte che cercavi.

COMPETIZIONE

La competizione fa bene o fa male all’individuo? E fa bene o fa male alla società? E fa bene o fa male all’amicizia, all’amore, al lavoro, alla cultura?

Il mondo dello sport è il primo palcoscenico nel quale va in scena la sfida della vita ed è forse per questo che lo sport, in primis il calcio, ha così tanto successo in Italia e nel mondo.

Forse proprio perchè somma in se le due caratteristiche che scandiscono il carattere degli uomini: l’esaltazione dell’individualità, il goleador, il portiere imbattibile, il regista di intelligenza superiore, l’ala funambolica nel driebling; ed il gioco di squadra, il team, la collaborazione, l’altruismo concentrato e focalizzato nel risultato collettivo.

Qualche esempio? Ai mondiali di Aspen nel 2017, il segreto della “valanga rosa” che ha fatto il pieno di medaglie ai mondiali di sci stava nella competizine tra Federica Brignone e Sofia Goggia; nella scherma, fu la competizione tra Valentina Vezzali e Elisa Di Francisca a giovare alle schermitrici tricolore alle Olimpiadi; per non parlare della competizione, ribattezzata “staffetta” tra Gianni Rivera e Sandro Mazzola, nei mitici mondiali di calcio del 1970 che fu il decalogo al quale si sarebbero ispirati nei decenni successivi schiere di allenatori per estrarre il meglio dai campioni a beneficio della squadra.

 

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Competitivi e vincenti?

 

Spiega Fabio Togni, docente di pedagogia dello sport a Brescia, che l’etimologia è la stessa: “non c’è competenza che non si sviluppi nella forma di competizione”.

Il punto è che siamo abituati, soprattutto in Italia, a dare al termine competizione un connotato negativo a causa di un modello culturale che tende in Italia a evitare la competizione per applicare a tutti un criterio di uguaglianza che livella le qualità specifiche e fa apparire chi vuole emergere più come un soggetto esibizionista, egocentrico, quasi sempre antipatico piuttosto che come un talento, un esempio da seguire, un trascinatore di tutti verso l’alto.

Del resto, basta dare un’occhiata alla storia contemporanea italiana per avere conferma di come il Paese sia eternamente strattonato fra tentativi di introdurre concorrenza, meritocrazia e premialità (nella riforma della scuola, nella concorrenza che Uber porta al monopolio dei tassisti nell’introduzione del salario di produttività nei contratti di lavoro) e resistenze a qualsiasi tentativo di emersione del meglio e dell’efficienza ( l’abolizione della riforma della scuola meritocratica del 2016, la fissazione di aumenti salariali uguali per tutti propugnati dal sindacato, la concorrenza tra Farmacie e parafarmacie).

 

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Ma se c’è un tipo di competizione che fa bene all’economia ed alla efficienza, che attraverso la concorrenza sbarra la strada ai compromessi ed alla corruzione, che n’è anche una di tipo negativo.

L’ha indaga Franco Fraccaroli docente di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università di Trento. “ Può essere considerata negativa la competizione che spinge a vincere ad ogni costo, ponendo la vittoria come modello assoluto”.

Fraccaroli fa l’esempio che viene dall’economia e si riferisce a ciò che accadde tra il 2008 e il 2010 in Francia alla France Telecom quando 58 dipendenti si tolsero la vita proprio a causa di una insopportabile tensione individuale provocata da una insana competizione infra aziendale. (segue)

 

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