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Bambino violento? Ecco quando è colpa dei troppi dolci

Se dolcetti o merendine vengono usati come “contentini”, il piccolo non impara ad aspettare per ottenere ciò che desidera.

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Se il bambino è violento il genitore si preoccupa e subito partono, insieme ai sensi di colpa, le domande sulla causa di  tale comportamento. La televisione? i videogiochi? I litigi tra i genitori?

Crediamo che pochissimi genitori abbiamo mai pensato di attribuire la responsabilità ad una compnente che non ha nulla a he fare con la dimensione psicologica ma molto con quella… alimentare; si propio così perchè la violenza dei bambino ed anche quella, assai simile, che alcuni hanno catalogato come sindrome del bambino iperattivo, può avere una causa che risiede ai dolci, ovvero ad alimenti  generalmente associati ad obesità, carie dei denti.

 

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Una realtà con cui fare i conti

 

Secondo una ricerca inglese pubblicata sulla prestigiosa British Journal of Psychiatry, sembrerebbe infatti proprio che i bambini che mangiano ogni giorno dolcetti, caramelle o cioccolato, hanno un rischio più alto degli altri di sviluppare – una volta cresciuti – comportamenti violenti.

Lo studio -più vasto mai realizzato in questo settore – è stato realizzato da un gruppo di psichiatri inglesi su un campione di circa 17.500 ragazzi, ed ha analizzato gli effetti a lungo termine della dieta sui comportamenti sociali dei bambini.

I ricercatori hanno scoperto che il 69 per cento dei ragazzi che a 34 anni avevano problemi di natura violenta, all´età di dieci anni mangiava quotidianamente dei dolcetti confezionati.

Una correlazione che ha colpito i ricercatori che sono così andati ancora ulteriormente a fondo trovando conferme tali da poter associare ad esse anche una possibile spiegazione.

 

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Perchè gola e violenza vanno a braccetto

La ragione per la quale i bambini golosi diventano violenti da adulti ha a che fare con  l’educazione che ricevono dai genitori e con l’impazienza degli stessi.

“Una spiegazione possibile di questo fenomeno”, ha detto infatti il principale autore della ricerca, Simon Moore, “è che dare ai bambini i dolcetti ogni volta che li chiedono impedisce loro di imparare ad aspettare per ottenere ciò che vogliono. E questo li porta ad assumere comportamenti compulsivi quando non attengono ciò che vogliono”.

In sintesi il genitore che dà al bambino la merendina per farlo star zitto non fa del male solo all’alimentazione del bambino ma anche  al suo carattere.

 

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Perché in aereo ci viene mal di testa

Perché in aereo ci viene mal di testa : scoperto un nuovo tipo di emicrania, più frequente al decollo e all’atterraggio.

cefalea

Dei tanti tipi di  mal di testa esistenti e censiti dagli esperti, quello che colpisce in aereo ci mancava.

Se e quando capita, di solito tendiamo a considerarlo una forma di reazione passeggera ai fusi orari, all´aria condizionata, allo stress da decollo o a chissà cos´altro. E invece un pool di specialisti ha stabilito che una forma specifica di mal di testa da volo esiste eccome. Non solo: aumenta di intensità quando l´areo è in fase di atterraggio. E anche al decollo, non scherza.

 

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Solo metà testa
Il team di Federico Mainardi dell´ospedale Giovanni e Paolo di Venezia ha descritto 75 casi di questo nuovo sottotipo di mal di testa in un lavoro pubblicato sulla rivista scientifica “Cephalalgia”.
Si tratta di un mal di testa di tipo emicranico (nel senso che colpisce solo metà testa) che concentra il dolore intorno all´occhio ma che non ha nulla a che vedere con le altre forme di cefalea attualmente note e classificate.

 

Gli attacchi di mal di testa da volo in genere sono brevi (mezz´ora circa) e non associati a nausea e altri sintomi come fastidio provocato dalla luce.
Secondo gli esperti potrebbero essere dovuti agli sbalzi di pressione cui ci sottopone il decollo e l´atterraggio.

 

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Il dentifricio giusto si sceglie così

Per l’igiene orale conta tantissimo. Ma spesso lo acquistiamo senza pensarci troppo. Invece bisognerebbe sapere che…

dentifricio

Ne consumiamo otto tubetti in un anno. Perché il dentifricio è (o almeno dovrebbero essere) il fedele compagno dello spazzolino nonché alfiere dell’igiene orale di chiunque. Eppure pochi di noi possono dire di sapere con certezza che cosa c’è davvero dentro un tubo di dentifricio. E così, al momento di comprarlo, seguono criteri casuali. Invece le regole per scegliere quello più adatto a noi esistono eccome. Ecco allora un piccolo vademecum per non sbagliare.

 

Gli ingredienti del dentifricio
Di solito la composizione comprende varie sostanze: da una parte i detergenti, tra i quali uno dei più usati è il sodio lauril fosfato; dall’altra dolcificanti o aromi, la cui funzione è di dare al prodotto un spaore gradevole, lasciando l’alito fresco.
In tutti i dentifrici, poi, c’è il fluoro, un minerale che contribuisce a mantenere lo smalto forte. Senza contare che nelle varie formulazioni con cui si presentano sugli scaffali di supermercati, farmacie e parafarmacie (microgranuli, gel eccetera), ci sono altre sostanze aggiunte (come le vitamine).

 

I dentifrici di oggi e quelli del passato
Come sono cambiati i dentifrici negli anni? Possiamo dire che – grazie alla tecnologia e alla ricerca, quelli di oggi siano più efficaci di quelli di un tempo? Sì, senz’altro. Anche a voler trascurare il gusto – decisamente migliore – il passo avanti più importante riguarda la formulazione, più equilibrata: è ridotto al minimo, per esempio, il rischio che lo smalto possa essere danneggiato da un detergente troppo aggressivo (il cosiddetto effetto abrasivo). Mentre la capacità pulente è addirittura migliorata.

 

Il dentifricio e il parere del dentista
Tra sbiancanti, per gengive delicate o per denti sensibili (solo per citare alcune grandi famiglie di dentifrici), c’è sempre il rischio che si faccia confusione. Che cosa accade se avendo per esempio problemi alle gengive, si usa un prodotto per denti sensibili? Niente di grave. Al massimo il disturbo può lievemente accentuarsi. Il segreto per andare sul sicuro resta uno solo: prima di comprare, chiedere sempre un parere al proprio dentista.

 

I modi migliori per cuocere le verdure

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Dalla bollitura al microonde, frittura compresa, tutte le tecniche più efficaci per conservare le proprietà nutrizionali degli ortaggi

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Dieta vegetariana? Via libera, ma…

Un regime alimentare senza proteine della carne rossa va integrato con alcune vitamine

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Parliamo di deta vegetariana che molti italiani iniziano d’estate pensando che sia più digeribile, leggerae compatibile con le alte temperature.

Preferire un´alimentazione a base di verdura e legumi alle proteine della carne rossa potrebbe non essere la scelta migliore per tutti. “Per chi ha sposato una dieta latto-uova vegetariana, che esclude alimenti come carne, pesce, molluschi e crostacei, ma ammette il latte e i suoi derivati, sarebbe corretto aggiungere alcune vitamine, come ad esempio la B12, e alcuni integratori, presenti in quegli alimenti che arrivano dal mondo animale ed esclusi dal menu verde”. Parola di Giacinto Miggiano, direttore del centro ricerche nutrizione dell´università Cattolica-Policlinico Gemelli di Roma.

 

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I vegetariani d’Italia quando sono?
In occasione dell’ultima Giornata mondiale vegetariana  sono stati resi noti i numeri dei vegetariani nel nostro Paese. A preferire il menu “verde” rispetto a quello carnivoro sono 7 milioni e mezzo di persone, tra cui l´oncologo Umberto Veronesi e la scienziata Margherita Hack. E diventeranno 30 milioni nel 2050, secondo le previsioni del Rapporto Italia Eurispes 2011, cioè un italiano su due.
In questo vero e proprio esercito non mancano le differenze: il 70% ha deciso di optare per una scelta classica, ovvero nessun alimento derivato dall´uccisione degli animali. Il 20% è composto da vegani, la parte integralista del movimento (rifiuta oltre alla carne e il pesce, i latticini e le uova) e il rimanente 10% fa una scelta moderata.

 

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No al fai-da-te
“Nelle donne in stato di gravidanza e nei bambini”, spiega Miggiano, “il regime vegetariano può portare ad una carenza di ferro e calcio, anche se in via teorica può essere un menu adeguato anche in queste specifiche fasi della vita.

Tuttavia sarebbe opportuno, se si vuole intraprendere una scelta vegetariana, farsi seguire da uno specialista. Per non incappare negli errori anche gravi del fai da te a tavola”.

“Proprio in questi giorni”, racconta l´esperto, “abbiamo avuto una paziente che aveva partorito da pochi mesi ed era ancora in sovrappeso. La donna ci ha chiesto a tutti i costi per lei e per la figlia una dieta vegetariana. Così le abbiamo spiegato quali possono essere le conseguenze di questa preferenza per i più piccoli e come integrare ai vegetali anche altri alimenti che possano supplire alla mancanza della carne e del pesce”.

 

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Nessuna certezza
Ma ci sono studi che hanno analizzato le conseguenze a lungo termine di una dieta vegetariana? “Recenti lavori scientifici francesi”, dice Miggiano, “hanno analizzato la questione. I vegetariani, non consumando carne e altri prodotti di origine animale, tendono a comprare altri prodotti, ad esempio quelli ricchi di omega 3, di fibra e antiossidanti, che combattono l´invecchiamento”.

“Ad oggi”, avverte lo specialista, “non esiste una risposta positiva o negativa dal mondo scientifico sulla scelta migliore tra carnivori e vegetariani. Tuttavia il consiglio che si può dare è di farsi seguire da uno specialista che possa spiegare i pro e i contro in maniera chiara. Solo così si eviterà il fai-da-te, che spesso fa solo male”.

 

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Sesso a distanza, ecco perché spesso funziona

Uno studio spiega il segreto delle relazioni sentimentali tra partner lontani

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L’amore ed il sesso a distanza fanno bene alla coppia. I rapporti sentimentali tra partner distanti sono molto più solidi di quanto si possa pensare. Addirittura più profondi di quelli tra persone che convivono o comunque risiedono nello stesso luogo. Ed anche il sesso, quando i partner si incontrano, risulta molto migliore.

L’ultima lancia spezzata in favore delle relazioni a distanza arriva da uno studio pubblicato sulla rivista scientifica “Journal of Communication”, secondo cui alla base di questa particolare forza dell’amore tra partner lontani sarebbe anche una forte idealizzazione della metà distante.

 

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Lo studio
Crystal Jiang della City University of Hong Kong, e Jeffrey Hancock della Cornell University negli Usa, hanno domandato sia a coppie geograficamente distanti, che a quelle fidanzate in maniera più classica, di fare un resoconto delle interazioni giornaliere: dal faccia a faccia alle telefonate, dagli sms alla video chat, e-mail comprese.
Dopo una settimana, i partecipanti hanno anche riferito agli scienziati il grado di coinvolgimento percepito con il partner, ovvero in che misura avessero condiviso le proprie sensazioni e intimità. Dalla ricerca è emerso che le coppie a distanza funzionano meglio per due motivi: chi vive lontano tende ad aprirsi maggiormente con l’altro rispetto a chi si vede tutti i giorni, e tende anche ad idealizzare il partner.

 

Più impegno
Negli Stati Uniti 3 milioni di coppie sposate vivono a chilometri di distanza, mentre 1-2 studenti del college su 4 sono impegnati in relazioni a distanza, ma i ricercatori sono positivi al riguardo: “Non si deve essere pessimisti sulle storie d’amore a distanza”, spiega Jiang. “Chi vive lontano mette più impegno nel comunicare intimità e affetto al partner, di quanto non avvenga all’interno di coppie che vivono assieme, e i loro sforzi vengono ripagati”.

 

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Anche il sesso  ci guadagna

 

Ma non è solo questione sentimentale o di conoscenza profonda e scoperte di affinità. Anche il sesso ci guadagna dalla distanza.

I ricercatori hanno appurato infatti che l’incontro tra  i partner per lungo tempo distanti  attribuisce al rapporto sessuale che avviene quando possono incontrarsi, una dimensione differente che non è data solo dal desiderio a lungo represso.

Un esempio lo forniscono  le più recenti applicazioni  consentite dalle nuove tecnologie della comunicazione e del web. Secondo un recente sondaggio,  molte persone ritengono il sesso a distanza  altrettanto eccitante di quello di prossimità.

Il successo delle chat line  dove il cliente si eccita alla visione di immagini provocanti della casalinga o della professionista di turno sono ormai da tempo sorpassate dal cosiddetto “sesso cerebrale”, fatto di dialoghi spinti e inviti reciproci all’autoerotismo che stimolano fantasia ed orgasmi quasi come un rapporto vero.

Una famosa marca di preservativi ha addirittura inventato un’App che consente al partner maschile di generare con una semplice chiamata telefonica una vibrazione molto erotica  sulla pelle del partner femminile garantendo  perfino l’orgasmo a distanza. Sarà vero?

 

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Spigola all’acqua pazza

Spigola all’acqua pazza


Calorie: 283 Spigola all'acqua pazza
  • filetti di branzino spinati e senza pelli 170 g
  • porro e cipollotto, in tutto 50 g
  • pomodorini 4
  • prezzemolo
  • timo
  • maggiorana
  • olio extravergine d´oliva
  • sale
  • pepe in grani

Preparazione
Mettete in una casseruola i filetti di spigola insieme a tutte le verdure, ai pomodori aperti a metà, alle erbe aromatiche, al sale, ai grani di pepe, 2 cucchiaini d´olio e un dito d´acqua. Fate bollire lentamente, coperto, per 3minuti; servite con il brodo di cottura e le verdure.
Buon appetito!

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Coppa di pesca e fragoline di bosco con salsina al vino rosso

Coppa di pesca e fragoline di bosco


Calorie: 91 Coppa di pesca e fragoline di bosco con salsina al vino rosso
  • 4 pesche 800 g circa
  • fragoline di bosco 100 g
  • vino rosso
  • zucchero

*le dosi sono per 4 persone

Preparazione
Lavate con cura le pesche e, senza pelarle, spaccatele a metà, togliete il nocciolo, quindi disponetele in un recipiente da forno. Cospargetele con 3 cucchiaiate di zucchero e metà delle fragoline, irroratele con 2 bicchieri di vino rosso e passatele nel forno già riscaldato a 200° C per 30 minuti circa. Scolatele, accomodatele nel piatto per farle raffreddare e, nel frattempo, portate il loro fondo di cottura su fuoco medio lasciando ridurre il liquido a salsina che passerete, infine, con un colino.
Guarnite le pesche fredde con le fragoline rimaste, bagnatele con la salsina e servite.
Buon appetito!

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Multitasking, più danni o più vantaggi?

Solo il 2,5% delle persone riesce a fare più cose insieme. E non sempre bene…

multitasking

Il multitasking non è da tutti: solo il 2,5% delle persone riesce a prestare veramente attenzione a più attività insieme. Il cervello sceglie invece una sola cosa alla volta eliminando tutto il resto e fare più mansioni contemporaneamente può avere anche conseguenze negative. È la cosiddetta attenzione selettiva, un´abilità innata che aiuta a ragionare in un mondo fatto fondamentalmente di rumori.

Che la dote di fare  molte cose contemporaneamente fosse presente in alcuni grandi personaggi della Storia , da Napoleone a Giulio Cesare, era cosa risaputa ma la modernità ha per così dire democratizzato la caratteristica concentrandola soprattutto sulle donne.

Sul ‘Bmc Psychology‘ gli esperti hanno pubblicato i risultati di due esperimenti dai quali arriva la prova scientifica.

Nel primo esperimento, gli psicologi inglesi hanno confrontato le performance di 120 uomini e di 120 donne alle prese con un test al computer, che implicava di passare rapidamente tra un compito e un altro di natura diversa (matematici, o di riconoscimento forme). Se affrontavano gli esercizi uno alla volta, maschi e femmine si dimostravano ugualmente abili. Ma quando le attività venivano mixate, gli uomini risultavano significativamente più lenti e facevano più errori.

Nel secondo test, uomini e donne avevano 8 minuti per svolgere una serie di compiti impossibili da completare in così poco tempo. La prova, quindi, consisteva nel capire come si organizzavano maschi e femmine per cercare di eseguire le attività richieste: localizzare dei ristoranti su una mappa, risolvere semplici problemi matematici, rispondere al telefono e decidere la strategia migliore per cercare una chiave in un campo; dal test, le donne sono uscite meglio in assoluto e rispetto agli uomini.

In sintesi, secondo i ricercatori, le donne  sono più brillanti soprattutto quando si trovano sotto pressione, per esempio quando devono cercare qualcosa. “Sono più riflessive e organizzate, mentre i gli uomini sono più impulsivi e alla fine si perdono”.

 

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Il suono più alto

Ma tutto ciò vale sempre e fa bene alla salute del cervello? Per saperlo i ricercatori della California University di San Francisco, negli Stati Uniti, hannoun altro tipo di test basato sul frastuono di un party per osservare come funziona il multitasking, scoprendo che è la zona della corteccia sensoriale del cervello localizzata dietro le orecchie, dove arrivano e vengono interpretati i suoni, ad accendersi in presenza di un singolo stimolo uditivo e che, con l´aiuto degli occhi, aumenta la percezione così da registrare solo il suono più alto “come se ci fosse solo una persona a parlare”, sottolinea il direttore dell´indagine, Edward Cheng.
Il fenomeno è stato battezzato dagli studiosi col nome di “cocktail-party effect” e la ricerca è stata pubblicata di recente sulla rivista “Nature”.

 

 

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Il cervello seleziona
“Non si può dedicare attenzione a più cose. Il cervello censura il frastuono e ci aiuta a sopravvivere in un mondo così rumoroso. Spingere le nostre capacità oltre questa sorta di attività sensoriale ci induce a fare molti errori.

Basti pensare a tipiche attività multitasking, come parlare al telefonino mentre si guida, che possono avere anche conseguenze tragiche”, spiega Cheng.

 

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Abbronzatura: attenzione, troppo sole è come una droga

La colpa è dei raggi ultravioletti che, in certe condizioni, scatenano nell’organismo uno strano effetto

attenti al sole

Che il sole fosse fonte di  abbronzatura, di vita, energia, difese immunitarie e, in dosi eccessive fonte di guai per la pelle come i melanomi si sapeva. Ma che prenderne troppo fosse come cadere in una dipendenza simile alle droghe, ancora no.
La colpa è dei raggi ultravioletti che sarebbero  in grado di scatenare nell’organismo un vero e proprio fenomeno di dipendenza scatenato dalla produzione di oppioidi.
L’ipotesi arriva da uno studio pubblicato da un gruppo di esperti del Massachusetts General Hospital coordinato da David Fisher, secondo cui nei topi l’esposizione cronica agli Uv porta a un aumento delle beta-endorfine e bloccare l’attività di queste molecole porta gli animali ad affrontare vere e proprie crisi di astinenza.

 

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Gli esperimenti condotti da Fisher e collaboratori sono durati 6 settimane, durante le quali i topi, opportunamente rasati, sono stati esposti quotidianamente agli ultravioletti, ricevendone una dose paragonabile a quella cui sarebbe esposta la pelle di una persona con carnagione chiara se stesse per 20-30 minuti sotto al sole della Florida o della Sicilia nel bel mezzo della giornata.
Già durante la prima settimana i ricercatori hanno rilevato un aumento significativo delle endorfine, la cui produzione viene attivata dagli Uv attraverso la sintesi di POMC, la stessa proteina utilizzata come materiale di partenza per la produzione della melanina che conferisce alla pelle la tintarella.  I livelli di endorfine si sono mantenuti elevati fino a che i topi sono stati esposti quotidianamente agli Uv, per poi decresce gradualmente.

 

Se, però, agli animali abituati al trattamento veniva somministrata una sostanza in grado di bloccare l’attività delle endorfine, il naloxone, quella che si scatenava era una vera e propria dipendenza da oppiacei, con sintomi come tremori e battere incontrollato dei denti.
Gli Uv, insomma, scatenano nell’organismo lo stesso effetto scatenato dagli oppiacei attivando una via di produzione degli oppioidi.

 

 

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Una protezione automatica dai raggi solari
Ma perché la natura avrebbe generato un meccanismo di questo tipo? Fisher ricorda che i raggi ultravioletti non sono solo nemici della salute, ma aiutano anche a proteggerla partecipando alla sintesi di vitamina D. Per questo l’esperto ipotizza che questo meccanismo si sia sviluppato per garantire all’organismo un’esposizione adeguata al sole.
Tuttavia, sottolinea Fisher “un effetto comportamentale di questo tipo potrebbe portare anche ai rischi cancerogeni dei raggi Uv che conosciamo bene”. “I nostri risultati secondo cui la ricerca continua di Uv sarebbe davvero un comportamento additivo – conclude l’esperto – suggerisce che per ridurre il rischio di cancro alla pelle di una persona potrebbe essere necessario combattere attivamente i fattori che influenzano questo comportamento pericolose, come la promozione dell’abbronzatura artificiale, piuttosto che il più passivo messaggio di rischio cui ci siamo basati fino ad oggi”.

 

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