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Prevedere le malattie si può: ecco come

Le malattie si possono prevedere? La medicina ha scoperto una correlazione a portata di mano di tutti noi che ci svela il nostro destino. Per cambiarlo.

futuro

C’è un legame tra periodo di nascita e salute? Ancora non è ben chiaro e definito, ma una branca della medicina che si è andata affermando negli ultimi tempi e che è in piena espansione ne sembra certa: dal mese dell’anno in cui siamo nati si può capire molto di quello a cui andremo incontro dal punto di vista delle condizioni di salute. Secondo diverse ricerche internazionali, alcune malattie e disturbi del comportamento sono prevalenti tra le persone nate in certi mesi o in certe stagioni dell’anno.

Qualche esempio
La lista comprende asma, epilessia, sclerosi multipla, dislessia, diabete e diverse altre patologie. Vediamo qualche esempio.

ANORESSIA – Il britannico Wellcome Trust Center for Human Genetics ha scoperto un numero anomalo di anoressici nati in primavera: “Pensiamo che il fatto di nascere in questa stagione rappresenti in qualche modo un fattore di rischio per questo disturbo dell’alimentazione”, ha spiegato il ricercatore Lahiru Handunnetthi, “che corrisponde a un incremento del 15% rispetto alla media”.

 

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PROBLEMI DERMATOLOGICI E RESPIRATORI – Un’indagine, pubblicata nel 2010 sulla rivista scientifica “Journal of Epidemiology and Community Health”, ha dimostrato come i bambini nati in autunno abbiano una probabilità addirittura tripla di soffrire di problemi della respirazione e della pelle.

PROBLEMI NELLA CRESCITA – Uno studio pubblicato nel 2003 sulla rivista scientifica “Journal of Nutrition” ha dimostrato che i bambini afroamericani nati in estate e autunno erano più piccoli di quelli nati nelle altre stagioni. Inoltre, tendevano a prendere peso più lentamente rispetto agli altri bambini.

DIFETTI DELLA VISTA – Una miopia più o meno accentuata è stata più spesso riscontrata in bambini nati nei mesi estivi, da uno studio pubblicato nell’aprile del 2008 dalla rivista specializzata “Ophthalmology”.

 

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Nessuna certezza
A fugare ogni preoccupazione, chiariamolo subito: i risultati degli studi a cui abbiamo accennato non significano automaticamente che nascere in un determinato periodo dell’anno comporti la certezza di essere destinati a una particolare malattia. Ma soltanto che i due fattori sembrano essere collegati. Del resto, il mese di nascita è stato associato anche a qualcosa di ben diverso dalla malattia: la longevità. Due distinte ricerche – una tedesca e una danese – hanno scoperto per esempio che i nati in autunno tendono a vivere di più rispetto alle persone nate in primavera.

 

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Le cause

Come spiega il ricercatore Lahiru Handunnetthi, del Wellcome Trust Center for Human Genetics, “i fattori di rischio malattia possono essere di tipo genetico o ambientale. Con i primi ci si nasce, dunque c’è ben poco da fare per cambiarli; individuare i secondi, invece, consente di agire meglio dal punto di vista della prevenzione”.

Che cosa si intende per fattori ambientali? Quelli che determinerebbero la maggior prevalenza di determinati disturbi fra i nati in particolari periodi dell’anno: per esempio l’esposizione del feto o del neonato a virus stagionali come quelli influenzali, oppure ad allergeni stagionali come i pollini, la mancanza di vitamina D durante i bui mesi invernali visto che questa vitamina è sintetizzata dal corpo grazie alla luce solare.

“Purtroppo”, conclude il dottor Handunnetthi, “le cause ambientali non sono ancora così chiare alla scienza e il collegamento con il mese di nascita potrebbe quindi essere soltanto una chiave di interpretazione, una condizione puramente possibile”.

 

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Un video che spiega, in modo scientifico e allo stesso tempo ironico, perché il seno della donna rappresenta un richiamo sessuale irresistibile per l’uomo

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Fare molto sesso fa bene o fa male? Ecco la risposta

Fare molto sesso fa bene o fa male? Una ricerca universitaria fornisce una risposta definitiva che sfata molti luoghi comuni presenti nella testa del maschio. Ecco quale.

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Uno dei dilemmi che frulla nella testa di molti uomini è se fare molto sesso fa bene o fa male. E la risposta latita perchè spesso a quella domanda ne andrebbe aggiunta un’altra: fa bene o male a cosa?.

Ed è lì che nasce la confusione, perchè se la domanda la fate ad un urologo, vi dirà che   la assidua attività sessuale  fa bene alla salute dell’apparato  genitale maschile in quanto riduce i rischi di guai alla prostata.

Ma se la stessa domanda la fate, poniamo, ad un  sacerdote, vi dirà che la vita non è fatta solo di sesso e che, se il fine non è la procreazione, fare troppo sesso fa male all’anima.

 

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La risposta della scienza

Se restringiamo l’ambito la ricerca a ciò che dice la scienza e tralasciamo ogni risvolto etico o religioso, la risposta c’è ed è che fare molto sesso  fa bene sicuramente ad una cosa: alla fertilità.

A rivelarlo sono le conclusioni di uno studio condotto da un gruppo di ricercatori dell´Università di Sydney (Australia), secondo cui più frequente è l’attività del maschio sotto le lenzuola, più alte saranno le probabilità di mettere incinta la propria compagna.

la conclusione sfata  il mito della conservazione, assai poco scientifico, al quale molto uomini sono affezionati secondo il quale ridurre le occasioni di dispersione del seme maschile ne aumenti la concentrazione  e la qualità aumentandone la capacità fecondante.

Invece le cose stanno in tutt’altro modo: astenersi per alcuni giorni dai rapporti, nella convinzione che questo possa aumentare il numero degli spermatozoi, è sbagliato ed, anzi, secondo gli esperti, questo potrebbe addirittura peggiorare la qualità del seme.

 

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Liquido seminale nell’uomo come latte materno nella donna

La ricerca avrebbe riscontrato dunque  che nella produzione di liquido seminale l’organismo umano si comporta nell’uomo   in modo simile a quanto fa nella donna per la produzione di latte materno: nell’uomo più spermatozoi vengono emessi e più ne aumenta la qualità, esattamente come nella donna più latte viene succhiato dal neonato e più le ghiandole mammarie ne producono.

Il team  di ricercatori ha studiato 42 uomini con anomalie nella forma degli spermatozoi esaminati al microscopio. Tutti hanno dovuto fornire campioni quotidiani di seme per una settimana, confrontati con altri forniti dopo un´astinenza di tre giorni.

Ebbene, tranne cinque pazienti, tutti gli altri presentavano spermatozoi meno danneggiati nella fase di prelievo “regolare” rispetto a quella post-astinenza.

“Privarsi del sesso aumenta il numero di spermatozoi, ma questo non vuol dire che la qualità del seme migliori”, ha commentato Allan Pacey della British Fertility Society. “Questa ricerca mostra che quando si inserisce una persona in un regime di sesso quotidiano si riduce il livello del danno del Dna”.

 

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Miopia dei bambini? Prevenirla si può, ecco come

La miopia nei bambini ora si può prevenire. Una ricerca australiana spiega come fare senza ricorrere a farmaci nè a medici. Ed è una piccola rivoluzione “naturale”.

miopia

La miopia nei bambini? Finora, evitare che i vostri figli diventassero miopi era una specie di terno al lotto perchè quando i primi segnali  facevano sorgere ai genitori il dubbio che il bambino  vedesse male era spesso troppo tardi per  agire con interventi di prevenzione.

Una nuova ricerca australiana  ha invece trovato il modo di intervenire  fornendo ai genitori un modo per mettere le mani avanti e prevenire la miopia dei bambini. La soluzione? Semplice, basta teneteli il più possibile all’aria aperta, lontano da televisione e pc, ma soprattutto esposti alla luce solare.  Ecco di che si tratta.

 

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I raggi solari  contrastano la miopia
Secondo un team di ricercatori australiani, infatti, sono i raggi  solari a liberare sostanze chimiche che impediscono la crescita eccessiva del globo oculare, causa principale della miopia.

La ricerca ha messo a confronto la vista e le abitudini di bambini di 6-7 anni a Singapore con quelle di loro coetanei in Australia.

Il 30% dei bambini di Singapore sono risultati miopi, ben 10 volte più degli australiani. I geni non c’entrano, però: entrambi i gruppi erano composti da bambini di origine cinese. La differenza è nel sole: i bambini australiani hanno speso una media di due ore al giorno all´aria aperta, 90 minuti in più rispetto ai loro coetanei del Sud-Est asiatico.

“I due gruppi”, ha confermato il capo dei ricercatori Ian Morgan, dell´Australian research Council´s Vision Centre, “avevano passato lo stesso tempo davanti ai videogiochi, al computer e la tv.

L´unica differenza che abbiamo accertato è la quantità di tempo trascorsa all´aria aperta”. Troppo poca luce solare, insomma.

Per questo i bambini delle aree urbane occidentali, spiega il ricercatore, stanno diventando sempre più miopi. “In alcune città dell´est asiatico l´80-90% dei bambini è miope, e sia i governi che l´Oms sono molto preoccupati al riguardo”.

 

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Il ruolo della luce naturale
La luce naturale innesca  infatti il rilascio di dopamina, che impedisce la crescita disordinata del bulbo oculare e la distorsione che provoca la miopia.

Lo conferma un precedente studio effettuato a Sydney, che dimostra come tre ore al giorno di luce naturale dimezza il rischio di miopia.

Tuttavia, secondo altri studi la luce del sole si “paga” negli anni: i bambini nati in estate, con la luce del solleone, hanno molta più probabilità di diventare miopi in età avanzata.

 

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La “scarpetta” nel piatto? Ecco perché è vietata

Uno studio americano ha accertato che l’abitudine a fare la “scarpetta” nel piatto è diffusa in tutto il mondo. Ecco con quali conseguenze inaspettate.

scarpetta

Alzi la mano chi non ha mai fatto la cosiddetta “scarpetta” nel piatto per raccogliere quel sughetto o condimento rimasto sul fondo con  uno o più pezzi di pane.

Ebbene sappiate che questo comportamento,  che il galateo relega fra  le più vistose manifestazioni ella maleducazione a tavola, non solo è molto diffuso ma è anche molto dannoso per la salute.

Perché? E quanto dannoso per la salute?

 

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Quanto cibo lasciamo nel piatto

La domanda non se la sono posta gli educatori dei college più raffinati  o  i cuochi dei ristoranti più attenti alla dimensione delle porzioni da mettere nel piatto, ma la Cornell University di New York che  per studiare i danni che provocano sull’organismo le porzioni cosiddette terminali, quelle che vanno oltre il consumo delle normali quantità di una porzione, ha  censito ben 1200 ristoranti distribuiti in 15 diversi  Paesi misurando ciò che avanza nei piatti dei clienti.

E’ emersa così una vera e propria mappa geografica delle abitudini alimentari e dell’attitudine alla “scarpetta”  dalla quale è emerso che gli adulti, senza distinzione di cultura o di sesso, lasciano nel piatto appena l’8% del cibo presente quando è stato servito. Il chè, se vogliamo leggere il dato da un altro punto di vista, sta a significare che il 92% dei clienti  lascia il piatto intonso e pulito, proprio come avverrebbe dopo aver raccolto tutto con la famigerata”scarpetta”.

I ricercatori volevano studiare  anche come incide la dimensione delle porzioni sulla capacità di ingerire cibo da parte di chi si siede a tavola per mangiare. Per riuscirci  hanno affinato  una perfidia addirittura tecnologica: hanno cioè  messo a punto una speciale scodella con una zuppa che veniva riempita continuamente con una cannula ben celata mentre l’ignaro avventore la consumava. Insomma una scodella “senza fondo”  con una zuppa che non finiva mai,  grazie alla quale hanno potuto misurare che chi mangiava da lì ingeriva il 73% in più del contenuto iniziale rispetto a chi mangiava da una scodella normale.

 

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Più è grande il piatto più si mangia

L’esito della ricerca ha così permesso di verificare che la tendenza a pulire il piatto è causa di un eccesso di alimentazione che  spinge la crescita del tasso di obesità. Negli ultimi anni il Centro Nazionale per la prevenzione delle malattie croniche degli Stati Uniti ha accertato che le porzioni medie sono cresciute talmente da arrivare  ad un surplus calorico di 150 calorie a porzione.

E la tendenza a non lasciare nulla nel piatto, che ne è una delle principali cause, risulta essere presente soprattutto nei soggetti che fin da bambini sono stati sollecitati da mamme e nonne a non lasciare nulla nel piatto.

 

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L’educazione non è solo bon ton

Lo studio rivaluta le vecchie buone abitudini a tavola raccomandate dal Galateo, secondo le quali da tavola bisogna alzarsi sempre con un pizzico di fame e, soprattutto, che  la scarpetta non si fa anche a costo di lasciare nel piatto quel tanto di pietanza o condimento che non riusciamo a raccogliere con le posate.

La questione si impone ormai anche in Italia. Perché è vero che secondo gli indici dell’Ocse  il tasso di obesità è fra i più bassi del mondo, ma se andiamo ad osservare il ritmo di crescita delle persone obese, e soprattutto dei bambini, scopriamo che la progressione italiana è superiore a quella anglosassone, soprattutto americana. E’ vero che abbiamo la dieta mediterranea che è il nostro vero salvacondotto, ma un po’ di educazione in più lasciando qualcosa nel piatto  fa bene anche alla salute.

 

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Mirtilli e zabaione

Mirtilli e zabaione


Calorie: 178 Mirtilli e zabaione
  • mirtilli 150 g
  • uova, 2 tuorli
  • zucchero di canna, un cucchiaio e mezzo
  • mandorle in scaglie
  • cannella
  • vaniglia
  • burro

* le dosi sono per 4 persone

Preparazione
Ungete di burro quattro pirofiline e versatevi i mirtilli. Preparate uno sciroppo, facendo bollire per un minuto 40 g di acqua con 40 g di zucchero, un pezzetto di cannella e di vaniglia.
Montate a bagnomaria i tuorli con lo sciroppo,di zucchero, ottenendo uno zabaione. Versatelo sui mirtilli, cospargete con scaglie di mandorle, un cucchiaio e mezzo di zucchero e gratinate sotto il grill.
Buon appetito!

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Zucchine e cipolle in agrodolce

Zucchine e cipolle in agrodolce


Calorie: 118 Zucchine e cipolle in agrodolce
  • zucchine 650 g
  • cipolle bianche 300 g
  • albumi sodi, 2
  • zucchero, 1 cucchiaio
  • aceto, 2 cucchiai
  • olio extravergine, 3 cucchiai
  • sale q.b.

*le dosi sono per 4 persone

Preparazione
Riducete le zucchine a julienne, affettate le cipolle a velo. Mettete tutti e due gli ingredienti in ciotole separate, salatele e lasciatele spurgare per circa un´ora. Poi strizzatele e disponetele insieme nel piatto da portata.
Versate due cucchiai di aceto, uno di zucchero e 3 di olio in una ciotolina e emulsionate il tutto; distribuite la salsa sulle verdure e fate marinare per 30 minuti. Infine, unite gli albumi a tocchetti e servite.
Buon appetito!

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Concentrazione, come ritrovarla in 7 mosse

La concentrazione e l’attenzione cambiano con le stagioni ma i neuroscienziati indicato 7 esercizi che possono aiutarci a ritrovarla facilmente e senza ricorrere a farmaci o anfetamine. Eccoli.

concentrazione

Se da qualche tempo  sei poco attento, fatichi a concentrarti e la mente che se ne va subito dietro la prima distrazione, significa che il tuo cervello  ha bisogno di un trattamento speciale che, però, non sta nei farmaci o nelle anfetamine ma  in una semplice ginnastica  della mente in 7 mosse che  migliora la tua attenzione.

Chi l’ha detto? Non si tratta di una nostra invenzione ma del risultato di uno studio condotto da Gilles Vandewalle un  neuroscienziato belga che ha scoperto la stretta correlazione tra le capacità cognitive  ed i vari momenti dell’anno.

Lo scienziato ha fatto ricorso alla risonanza magnetica effettuata su un gruppo di volontari in vari momenti dell’anno nell’arco di 18 mesi scoprendo che la capacità cognitiva  non cambia, ma si modifica l’impegno che il cervello impiega per raggiungere un risultato. Nel senso che ci sono momenti dell’anno  nei quali per raggiungere lo stesso risultato di comprensione il cervello ci mette meno tempo, ed altri in cui ne impiega di più.

 

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La differenza tra memoria e comprensione

La ragione sta nella distinzione tra comprensione e memoria e nel diverso modo di focalizzarle che il cervello riesce a  fare  a seconda dei momenti.

Per esempio, uno dei risultati è che lo sforzo cerebrale maggiore è richiesto in autunno ed è minimo in corrispondenza con l’equinozio di primavera. Il che significa- dice  Anna Wirz-Justice cronobiologa dell’Università di Basilea in Svizzera – che abbiamo un cervello programmato per lavorare diversamente nei vari periodi dell’anno.

Del resto, nel corso dei 12 mesi  dell’anno cambiano un mucchio di cose nel nostro organismo: il metabolismo, i livelli di pressione, il tasso di colesterolo nel sangue, le diverse concentrazioni dei neurotrasmettitori cerebrali; perfino i geni sono espressi in modo differente.

Gli studi proseguono per capire cosa accade nelle cellule cerebrali nelle varie stagioni e  le prossime scoperte potranno forse anche permettere di studiare un nuovo calendario scolastico, con la matematica che si studia solo a gennaio, la fisica a maggio, il latino e la storia a ottobre perché  in quei mesi il cervello fatica meno ad impararle.

 

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I 7 esercizi che migliorano l’attenzione

Nel frattempo , in attesa del calendario dell’apprendimento ideale,  possiamo comunque fin da subito insegnare al nostro cervello  il recupero dell’attenzione con 7 esercizi facili e immediatamente applicabili alla nostra quotidianità.

Migliorare l’attenzione:  quando l’estate si avvicina  il fisiologico  calo di attenzione e  di concentrazione del cervello  può essere frenato con questo semplice esercizio: cronometrare il tempo che passiamo  focalizzati su un obiettivo di studio o di lavoro; poi aumentiamolo di pochi minuti alla volta riducendo le pause;

Pause – l’obiettivo ideale sarebbe di ottenere 45 minuti di lavioro assorto e concentrato. Poi non andiamo oltre e concediamoci un break  in cui pensiamo ad altro. La pause servono al cervello per rilassarsi e ripartire con slancio a condizione che durante le pause il cervello  si riposi davvero   perché per riprendere la concentrazione servono 25 minuti.

Lista delle distrazioni –  E’ il modo migliore per tenere sotto controllo le pause di cui al punto precedente. Se la pausa che vogliamo consentire al cervello è una navigazione su internet o un passaggio su Facebook, facciamo una lista delle disattenzioni che intendiamo concederci, ed esaurita quela ritorniamo  a concentrarci.

Leggere  testi lunghi con lentezza –  è stato appurato che  con l’avvento delle nuove tecnologie (smartphone e tablet)  solo il 5% delle persone che leggono va oltre i primi paragrafi. Ovvero stiamo perdendo la capacità di leggere in profondità, di reggere una lettura  integrale. Dobbiamo provare a recuperarla a leggere e ritrovare la fatica della lettura integrale che, oltre ad informarci, ci faccia anche capire e ragionare su ciò che abbiamo letto.

 

 

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Meno distrazioni improvvise – Sono quelle che possono interrompere la nostra capacità di concentrarci al di là delle pause programmate. Sono le notifiche dello smartphone, le radio e le televisioni nelle vicinanze.

Pianificare le complicazioni – Sappiamo che il cervello al mattino  a mente fresca rende di più  e riesce a mantenere un più alto livello di attenzione. Ed allora le cose più complicate, difficili da capire riserviamocele al mattino.

Cibi giusti –  l’alimentazione può aiutare la concentrazione. La dieta Mind che sta per  Dieta  Mediterranea contro il ritardo degenerativo, promuove il consumo di verdura, cereali integrali, pollame, pesce, noci, mirtilli, olio d’oliva, fagioli. Boccia invece fritti, dolci, carni rosse, burro e margarina.

 

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Carpaccio di pesce spada su letto di zucchine

Carpaccio di pesce spada su letto di zucchine


Calorie: 150 Carpaccio di pesce spada su letto di zucchine
  • pesce spada , 100 g
  • capperi, 1 cucchiaio
  • zucchina, 1
  • costa di sedano
  • limone, 1 cucchiaio scarso
  • salsa Worcester, 1 cucchiaino
  • olio d´oliva, 1 cucchiaino
  • pepe q.b.

*le dosi sono per 1 persona

Preparazione
Lavate, asciugate e affettate la zucchina nel senso della lunghezza, tagliate a listarelle sottili il sedano. Fate un´emulsione con l´olio, il succo di limone, la salsa Worcester e il pepe.
Disponete il pesce spada tagliato sottilmente su un piatto, versatevi sopra la salsina e aspettate che si insaporisca per circa 10 minuti. Disponete sopra il pesce spada la zucchina, il sedano e i capperi e servite
Buon appetito!

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Alito cattivo, ecco cosa puoi fare

Una persona su 2 nel mondo soffre di alito pesante. Crede che sia un problema di digestione, di fegato ed invece… la questione è molto più semplice e si risolve in bocca. Ecco come.

alitosi

Sgradevole come una vessazione, odioso come il mobbing, l’alito cattivo in ufficio è la più antipatica delle imposizioni da parte del vicino di scrivania o del capo.

 

Un fenomeno sottovalutato
“L’alitosi riguarda il 50% della popolazione mondiale, connazionali compresi e senza distinzioni di sesso”, spiega Andrea Pilloni, presidente dell´Associazione italiana di ricerca per l´alitosi (Aira). “Nel 90% dei casi questo disturbo nasce nella bocca. Dipende cioè dalla cattiva qualità dell’igiene orale, e basterebbero un’adeguata prevenzione e pochi accorgimenti facili ed economici per risolvere il problema alla radice”. Invece il fenomeno viene troppo spesso sottovalutato o affrontato male.

 

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“Ci arrivano anche storie davvero tragiche”, testimonia Pilloni, di persone che, per colpa dell’alitosi, per anni non hanno avuto nessun partner”. A causa dell’alitosi, insomma, la coppia può anche “scoppiare”. O addirittura non formarsi proprio. Per non parlare delle relazioni sociali e del portafoglio.

“Convinti che il problema dipenda dal fegato o dalla cattiva digestione”, riferisce infatti lo specialista, “moltissime persone sprecano tempo e denaro per recarsi da medici internisti o da tutta un’ampia gamma di altri esperti”.

Quando invece la soluzione è a portata di mano: dal dentista e dall’igienista dentale, che possono insegnare l’”Abc” della prevenzione orale.

 

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Il nemico? La placca
Contrariamente a quanto si pensa, l’alitosi dipende dall´igiene della bocca. A scatenarla sono particolari batteri che trasformano altre sostanze presenti nel cavo orale, tra cui le proteine, nei pestilenziali composti volatili dello zolfo (Vsc), emessi poi con l´espirazione”.

La chiave consiste quindi nel rimuovere al meglio la placca batterica. Non solo dai denti, ma anche dalle gengive.

“Già nel 400 a.C. Ippocrate teorizzava che se le gengive sono sane l’alito migliora”,fa notare il numero uno dell’Aira, “ma nei secoli l´attenzione dei medici si è rivolta ad altri problemi e ha un po´ messo da parte questi insegnamenti lontani”.

 

 

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Pulizia più frequente
Anche i pazienti, però, hanno la loro fetta di responsabilità. “Si calcola che il 50% degli italiani frequenti regolarmente gli ambulatori odontoiatrici”, spiega Marialice Boldi, presidente dell´Associazione igienisti dentali italiani (Aidi).

Ma di questi, aggiunge, “solo il 30% si sottopone periodicamente alla cosiddetta pulizia dei denti”.

Una buona abitudine che tuttavia è in crescita, specie tra i ventenni e in generale fra i giovani ai primi approcci con l’altro sesso, che più degli altri curano l´immagine e desiderano presentarsi al meglio.

 

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