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Errori sanitari, che problema…

I casi di malasanità sono un danno per il cittadino-paziente. Ma se non si affrontano al meglio rischiano di diventare un serio problema anche per i medici

Li ritroviamo ciclicamente tra le pagine dei giornali, nei servizi dei tg, nelle testimonianze di chi li ha vissuti direttamente o indirettamente. I casi di malasanità e gli errori sanitari sembrano non finire mai, a seguire le cronache dei media. Si tratta di un problema molto rilevante, in Italia, se si considera che la sua gravità ha spinto il Parlamento ha creare una Commissione di inchiesta ad hoc per occuparsi del tema.

Danni ai pazienti e ai medici
Il susseguirsi di casi di malasanità in ospedale – o potenziali tali – coinvolge oltre 30 mila persone ogni anno (dati Eurisko). E sarebbero circa 30 mila, secondo l’Associazione italiana delle imprese assicuratrici, le denunce e le richieste di risarcimento, e 15 mila le cause che finirebbero ogni anno in tribunale. Una situazione del genere non facilita certo le cose, la gestione di un problema così delicato diventa una questione giudiziaria: prima di arrivare all’accertamento della verità, le inchieste pendono nei tribunali per anni.
Il risultato? Danni ai pazienti e ai loro familiari, quando l’errore del medico viene accertato; ma danni e conseguenze negative anche per i medici, quando invece i giudici stabiliscono che il danno non è dovuto alla colpa dei camici bianchi. E attenzione: quest’ultima non è certo un’eventualità rara, se come ha calcolato l’Amami (Associazione dei medici accusati ingiustamente di malpractice), otto medici su dieci con almeno 20 anni di anzianità professionale, sono stati sottoposti a un’inchiesta, per un presunto errore, almeno una volta. Ma in due casi su tre tutto si è risolto con una completa assoluzione.

Cartella clinica, fattore cruciale
Sul tema degli errori sanitari è da poco uscito un volume (“Cartella clinica e responsabilità medica”, di Vittorio Occorsio, Giuffrè editore) che partendo dal documento- principe nel rapporto tra medico e paziente, la cartella clinica, riflette su come questa sia diventata il perno attorno a cui sempre più spesso ruota l’intero giudizio della responsabilità del medico. La sua natura, del resto, è tutta particolare: un atto pubblico che nello stesso tempo è anche di parte, perché descrive la condotta di quello stesso medico che la compila. E di fronte a omissioni nella sua compilazione, il medico viene considerato dai giudici come responsabile di difetto di diligenza. Di qui, un atteggiamento sempre più rigido e burocratico nella redazione della cartella clinica e, di conseguenza, anche di tutto il rapporto tra medico e paziente.

Il rischio della medicina difensiva

La tesi del volume è che la tendenza a tutelare il più possibile il paziente, dal rischio di errore del medico, sta provocando in realtà un danno collaterale molto serio: l’affermarsi della cosiddetta “medicina difensiva”, quella che punta a salvaguardare anzitutto l’incolumità giudiziaria del medico, e quindi la salute del paziente. Estremizzando, si potrebbe dire che per mettersi al riparo da possibili azioni legali contro di lui, il medico potrebbe rinunciare a priori a eseguire interventi delicati, ma fondamentali, che più li esporrebbe alla possibilità di fallimento.
Anche dal punto di vista della sanità pubblica sarebbe un fallimento: per meglio proteggere il paziente, si finirebbe con il fornire al cittadino prestazioni sanitarie incomplete e insufficienti. Non solo: progressivamente si ridurrebbe il numero di medici disposti a rischiare una denuncia per non aver prescritto un esame molto probabilmente inutile. A quel punto, il ricorso agli esami diventerebbe sempre più massiccio, con un conseguente spreco per il Sistema sanitario nazionale. Infine, come ulteriore effetto, il paziente avrebbe sempre più difficoltà a trovare un medico disposto ad assisterlo.

Redazione Staibene

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