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Come permetterti un aperitivo senza rischi

I segreti per non rinunciare, le regole da tenere presente

aperitivo

Con la bella stagione è facile indulgere nello spuntino per eccellenza: l’aperitivo, soprattutto se fatto all’aperto.

E anche se spesso è criticato per la qualità e la quantità dei cibi sui quali ci si butta con foga eccessiva, non è per forza un “crimine nutrizionale”: se fatto con equilibrio, anzi, può aiutare a spezzare l’appetito e ad avere un maggiore controllo sulle porzioni”.

A riabilitare l’aperitivo, se fatto in modo intelligente, sono gli esperti dell’Osservatorio Nestlé-Fondazione Adi, l’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica.

 

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Alle origini dell’aperitivo

Se pensiamo che l’aperitivo sia un’invenzione consumista della modernità siamo davvero fuori strada. In realtà è un’abitudine dalle origini lontanissime perchè fin dall’epoca della Roma imperiale, i Romani erano soliti consumare il mulsum, una miscela di vino e miele che stimolava l’appetito – e non a caso l’etimologia del termine deriva dal latino aperire, “aprire” appunto.

Quello vero e proprio, come lo conosciamo oggi noi, ha invece origine nel 1786 a Torino, quando il distillatore Antonio Benedetto Carpano “inventò” il Vermouth, unendo al vino bianco una selezione di trenta erbe e spezie, alcol, zucchero e assenzio (Wermut in tedesco vuol dire proprio “assenzio”), dal caratteristico gusto dolce-amaro, ideale da sorseggiare prima dei pasti.

Il successo fu immediato al punto che la bottega di Carpano, nei pressi della centralissima Piazza Castello, iniziò ad essere frequentata da esponenti della nobiltà e dell’alta borghesia, tra cui Cavour e Giuseppe Verdi.

Negli anni, il Vermouth poi divenne l’ingrediente di svariati cocktail e la moda dell’aperitivo cominciò a diffondersi anche nel resto della Penisola fino ai giorni nostri.

 

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Come beviamo aperitivi oggi

L’abitudine si è pian piano diffusa man mano che le consuetudini sociali portavano gli italiani, nel frattempo divenuti più ricchi e disposti a sostituire pasti in casa con pasti fuori casa, ad avere più relazioni, più vivibilità in luoghi diversi dall’abitazione. Al bere si è così associato anche l’abitudine di mettere qualcosa nello stomaco per evitaresoprattutto che l’alcol a digiuno facesse male con effetti indesiderati sulla sobrietà e la tenuta dello stomaco. Ma mangiare cosa?

 

La differenza tra aperitivo ed “happy our”

L’aperitivo moderno è fatto di un calice di vino frizzante, un cocktail o un bitter, guarniti da patatine, salatini, olive, pizzette, rusticini e tartine, finger food e piccoli “sfizi”, per stuzzicare l’appetito prima di cena o – più raramente – del pranzo.

Il primo fu il Vermouth, poi venne il Negroni e nel 1932 il Campari soda. Fortunata è stata l’idea di aggiungere un’oliva a quello che poi sarebbe divenuto il Martini, un aperitivo inventato nel 1874 mixando 2/3 di Gin con 1/3 di Vermouth e una spruzzata di bitter all’arancia.

Un aperitivo degno di questo nome si rispetti) richiede la bevanda giusta: dai vini bianchi secchi e i rosé ai bitter, dai vermut (bianchi o rossi) agli aperitivi in bottiglia (Aperol, Campari), fino ai cocktail a bassa gradazione alcolica, come il Negroni a base di gin, Campari e Vermouth rosso e lo Spritz (originario di Venezia e ottenuto dall’unione di vino bianco o Prosecco, bitter e acqua frizzante).

L’happy hour è un aperitivo “rinforzato” e prolungato.Somglia allo spagolo “tapas” ed invece di qualche salatino, olive o arachidi (le noccioline americane),può essere accompagnato da piccoli tramezzini o toast, tartine, panini o pizzette da cocktail, rustici, bruschette; ma anche mini porzioni di pasta, insalata o verdure, tocchetti di salumi come mortadella o prosciutto cotto.

In fin dei conti, molti consumatori,specialmente giovani, lo utilizzano per sostituire la cena, scelta purtroppo sbagliata.

Secondo l’Osservatorio Nestlé-Fondazione Adi, l’Associazione italiana di dietetica e nutrizione clinica., il 46% degli italiani “non fa quasi mai attenzione alle porzioni che mette nel piatto, trend in aumento rispetto al 2012 (44%) e che peggiora se si prendono in considerazione le persone in sovrappeso ed obese”.

Il 28% invece salta i pasti più di una volta a settimana, in aumento rispetto al 26% del 2012. Un bene? Un male?

 

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Che errore saltare i pasti
“L’assunzione frequente di cibo nell’arco della giornata è fondamentale per regolare la quantità assunta ad ogni pasto – spiega Giuseppe Fatati, presidente della Fondazione Adi – ma va considerato l’apporto calorico totale e l’equilibrio nutrizionale giornaliero.

In quest’ottica l’aperitivo, non troppo vicino ai pasti, può essere un modo per spezzare il lungo pomeriggio. Certo non deve essere un’abitudine, ma un paio di volte a settimana ce lo si può gustare, senza sensi di colpa, in sostituzione alla classica merenda”.

In ogni caso, aggiunge l’esperto, “è importante fare attenzione agli alcolici perché anche se un bicchiere piccolo di Prosecco o una birra piccola non hanno poi tante calorie, spesso mentre si parla si bevono dei drink un po’ più lunghi e un po’ più forti”.

Dalla ricerca, quindi, via libera agli aperitivi, ma “senza esagerare, e soprattutto non in sostituzione della cena, che rimane uno dei pasti più importanti della giornata. Può comunque essere una buona occasione per dedicare il giusto tempo allo spuntino che troppe volte o si salta o si riduce a uno snack al volo”.

 

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Redazione Staibene

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